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domenica 14 ottobre 2007

ALTERAZIONI POLITICHE

Si parte dall’assunto che la dialettica politica tra gli attori che si contendono gli elettori è in realtà una disputa e che essa può essere paragonata ad una discussione verbale. Ogni parte, infatti, cerca di prevalere sull’altro attraverso l’arte della persuasione a discapito della verità oggettiva di una affermazione.
Quindi: CHI DISPUTA NON LOTTA PER LA VERITA’ O PER IL BENESSERE COMUNE MA PER IMPORRE LA PROPRIA TESI CON MEZZI LECITI E ILLECITI.
Succede così che chi vince un confronto molto spesso lo deve non tanto alla buonafede della sua tesi quanto all’astuzia e alla destrezza con cui la sostiene. Tutto si riduce ad ottenere l’approvazione ed il consenso dell’uditorio e/o degli elettori tramite l’uso strumentale della dialettica.
Tanto nella politica quanto in una discussione sono importanti due fattori: la forma e i contenuti. Ad oggi i contenuti sono passati in secondo piano dato che la forma permette di piegare l’opinione al consenso.
Forse sarebbe meglio dire che oggi è arrivato il momento di mettere in luce questa ALTERAZIONE presente nell’uomo a causa del suo egoismo e della sua vanità.
La nostra società, poi, a carattere mediatico non ha fatto altro che alimentare questa alterazione. Infatti, i contendenti di una disputa televisiva o di un dibattito politico hanno perso di vista il motivo della loro discussione e badano solamente a difendere le proprie affermazioni e a rovesciare quelle dell’altro.
Dunque, non è la verità quello che conta bensì colpire l’avversario e difendersi. E’ evidente che un tal modo di fare politica è distruttivo e non porta a nulla di buono.
I nostri politici dovrebbero capire che di fronte non hanno un nemico ma semplicemente un collega con il quale cooperare.
BASTA CON LA DEMONIZZAZIONE DELL’ALTRO. È TEMPO DI COLLABORARE!!!


Alessandro Bucci

domenica 7 ottobre 2007

LA FABBRICA DEL NON SENSO

Per gran parte del XX secolo ormai trascorso, uno dei problemi che più agitavano le coscienze di studiosi e intellettuali che si dedicavano a osservare la società, era costituito del timore delle omologazioni forzose, dell’assenza di indipendenza che poteva scaturire dall’affermazione del capitalismo e del tardocapitalismo, dall’estensione delle logiche dell’economia del consumo e dalla fine della politica in senso dibattimentale e dialettico. La sparizione dell’individuo nel consenso generale, privato dello spirito critico, è un tema che, a vario livello, dalla Scuola di Francoforte a una certa sociologia americana (quella attenta di autori come Riesman e Wright Mills) fino a Foucault, si è costantemente manifestato. Oggi, nel XXI secolo, questo tema non ha perso di attualità e, in effetti, la tendenza alla massificazione e il timore del pensiero libero è una costante del genere umano, ma accanto ad esso si affianca anche la questione del non senso. La società complessa rischia di essere non solo una fabbrica del consenso, ma anche una fabbrica del non senso. Numerosi studiosi hanno rilevato questo problema: il percorso di vita di ciascuno nella tarda modernità non è più lineare, non ha più certezze: il sociologo Bauman ha diagnosticato questa condizione con ridondante lucidità in numerosi testi. E un filosofo come Galimberti va denunciando, da anni, questo problema del non senso, che attanaglia molte vite, provando ad affrontarlo non con la psicologia ma con la filosofia appunto.
L’origine di questo non senso che asfissia, però, sta non tanto o non solo nelle incapacità delle istituzioni, nelle difficoltà della storia, nella crisi della politica, nella trasformazione della sfera lavorativa, negli effetti perversi della globalizzazione sui processi di formazione del Sé. Magari l’origine del non senso sta anche in una generale condizione di presunzione di molti abitanti di questa epoca attuale. Si afferma tanto facilmente che ciascuno deve realizzarsi, deve potersi esprimere, deve valorizzarsi e intere scuole terapeutiche fanno di questi concetti un must. Aspirazioni certamente legittime e frutto del progresso politico faticosamente portato avanti dalla modernità più classica, pura e nobile. Ma, forse, questa attività di autoespressione non dovrebbe manifestarsi ex abrupto, ma dovrebbe essere la conseguenza di un periodo di riflessione, di maturazione, di esercizio su sé stessi, di riempimento di sé stessi con conoscenza e sensibilità. Solo con tali elementi le relazioni con se stessi e con gli altri possono sfuggire al non senso e acquisire una unicità, una specificità, un che di davvero irripetibile e fiabesco. Altrimenti cosa può esprimere ciascuno? Cosa si può tirar fuori da un recipiente vuoto? L’aria mefitica del suo nulla? O dobbiamo credere che, dietro questa esagitata necessità espressiva, vi sia il fatto che, oggi, tutti gli uomini siano artisti? Che questi decenni contengano la più alta concentrazione di artisti mai verificatasi nella storia dell’umanità? Magari è così, ma, una volta, si diceva che, perché qualcuno possa definirsi artista, deve passare qualche decennio dalla sua morte. Può darsi, tuttavia, che, nella vicenda postmoderna, il canone di riferimento sia più modesto. E, allora, si aprano le porte alla fiera di questo espressionismo senza acuti e benvenuti tutti nel deserto del reale, frutto splendente della fabbrica del non senso. Così è se vi piace. Sperando esista qualcuno cui spiace che così sia.


Francesco Giacomantonio

giovedì 4 ottobre 2007

LA SOCIETA' CRITICA DELLA TEORIA

Per gran parte del secolo ormai trascorso uno degli indirizzi sociologici, filosofici e, più in generale, culturali che hanno dominato e infervorato il dibattito intellettuale è stato quello della Teoria critica della società. Opera della cosiddetta Scuola di Francoforte, la teoria critica della società aveva i suoi alfieri principi in Horkheimer, Adorno, Marcuse che, nel loro approccio, propugnando un pensiero dialetticamente negativo, ponevano in discussione l’esistente e lottavano strenuamente, perché gli individui non perdessero la loro umanità nella società tecnologica e nelle logiche del capitalismo. In questo inizio del XXI secolo, epoca che, già da un po’, ha sancito il trionfo dell’individualismo e la fuga dalla politica, in cui l’indifferenza si fa strada, in cui le ideologie e le grandi narrazioni hanno ricevuto da Lyotard il certificato di morte, l’espressione teoria critica della società, forse, a qualcuno fa anche tenerezza. E non solo perché i disincantati uomini tardo moderni conoscono il monito sprezzante di Carl Schmitt, per cui chi dice umanità vuole ingannarti.
È curioso come, a volte, le espressioni possano capovolgersi svelando nuove interpretazioni; così oggi si può credere che al posto di una teoria critica della società, c’è, in molti ambiti, una società critica della teoria. In questi anni, cioè, la società è divenuta sempre più diffidente, indisponibile a pensare, ad avere il gusto per la teoria, per il sistema di pensiero e, soprattutto, essa si è abituata a non considerare affatto ciò come qualcosa di deleterio. Questo è certamente microscopicamente evidente nella realtà quotidiana, fatta di immediatezza e scarsa predisposizione per la ricostruzione e l’approfondimento, che diventano una scelta di alcuni e non un’esigenza per tutti, come testimonia l’evoluzione della tv che si distingue tra generalista e satellitare. Ma, anche nella vicenda intellettuale e accademica, questa avversione per la teoria è evidente. Sono rarissimi i casi, nelle scienze sociali degli ultimi decenni, di studiosi che hanno ancora il coraggio e la voglia di confrontarsi con la grande teoria. E l’affermarsi di un pensiero sempre più analitico e astorico in taluni ambiti di ricerca, scientifici e umanistici, è noto. È, forse, ormai il tempo del filosofo da marketing, che produce concetti usa e getta, che formula il suo pensiero nell’arida e asettica successione di slides per computer. Questa perdita del gusto della teoria forse dipende anche dalle degenerazioni che essa può avere. La società critica della teoria ha imparato, proprio dalla storia politica, sociale, intellettuale, del XX secolo, che i grandi sistemi di pensiero possono perdere il senso della realtà, possono essere i precursori di derive totalitarie: sfavillano ancora gli strali di Popper contro Platone, Hegel, Marx, nemici della società aperta; la società critica della teoria sa che una teoria troppo estesa rischia di non essere pratica, peccato gravissimo nell’era dei servizi; sa che una grande teoria si sbriciola di fronte alle andate di relativismo che, nel mare magnum, della modernità, si levano fragorose e minacciose. Nella vicenda della società critica della teoria, c’è, certamente in virtù di tutto questo, una certa saggezza, finanche una garbata saggezza. Ma il giusto buon senso che tiene lontani da un pensiero troppo esteso e distanti dal gusto per la grande teoria davvero è sempre segno di un equilibrio, solo quando sa fermarsi almeno un attimo prima della mediocrità. Altrimenti quella saggezza si trasforma in una triste vigliaccheria che, sopprimendo ogni capacità immaginativa, può privare chi la pratica, della coscienza di sé e dell’amore per gli altri.


Francesco Giacomantonio

domenica 23 settembre 2007

L'EQUITA'

L'equità è una situazione conforme a principi di giustizia, in particolare nel confronto tra individui in condizioni analoghe (equità orizzontale) o in condizioni diverse (equità verticale). Nell'uso corrente equità è usato come sinonimo di "giusto" (ad es. giudizio equo, compenso equo, ecc.), ma più precisamente l'equità indica un giudizio comparativo, vale a dire una situazione "giusta" nel confronto tra due individui (o gruppi, società, etc.). Se si confrontano due individui considerati analoghi per tutti gli aspetti rilevanti della situazione, si parla di equità orizzontale (ad es. è equo lo stesso compenso per le stesse prestazioni). Se si confrontano due individui considerati diversi nella situazione data, si parla di equità verticale (ad es. è equo un compenso maggiore per uno sforzo maggiore). L'equità nell'ambito della società è una questione estremamente complessa e al tempo stesso molto sentita, che tocca il campo economico e politico, ma che ha radici nei fondamenti filosofici, religiosi o ideologici di una data società. Il sistema politico in genere è chiamato ha realizzare i criteri di equità che emergono dalla società, ma questo compito non è sempre agevole. Nei sistemi politici democratici si è affermato il principio che è equo ciò che è conforme alle "regole del gioco", una volta che tali regole sono state fissate prima che una data situazione si presenti. Ma questo principio si limita a spostare il problema al campo delle regole, vale a dire alla questione se un determinato "gioco" sociale sia retto da regole eque e quindi accettabili prima di parteciparvi. Il problema dell'equità è particolarmente acuto nel campo economico, e riguarda soprattutto la distribuzione del reddito e/o della ricchezza , ossia la cosiddetta equità distributiva. I paesi nei quali si crea una forte disuguaglianza tra chi ha molto e chi ha poco reddito (ricchezza) sono giudicati iniqui. Allo stesso modo, sono giudicate inique le enormi disparità economiche nel mondo. Sono giudizi corretti, e come intervenire?
Il grado di equità di un sistema economico è una questione molto complessa e controversa, per due principali ragioni tra molte. Secondo principi generalmente accettati, il giudizio di equità deve essere riferito alle "regole del gioco" del sistema stesso. Il caso emblematico è quello del "gioco economico" che è oggi più diffuso al mondo, cioè il mercato. Il mercato, per sua natura, è fondato sul meccanismo della concorrenza, attraverso la quale viene stimolato l'interesse personale a dare il massimo di sé per ottenere un beneficio individuale. Se questa è la prima regola del gioco, come sostiene ad esempio il filosofo americano Robert Nozick (Stati Uniti, 1939-2003), allora bisogna accettare che i premi individuali alla fine del gioco possano essere anche molto diversi. Quindi il mercato non può garantire l'uguaglianza delle condizioni economiche, ma non può di per sé essere giudicato iniquo. Questa visione mette l'accento sulla equità del processo, cioè è iniqua solo la ricchezza accumulata violando le regole del gioco. Siccome è generalmente accettato che l'equità deve essere sia orizzontale (ad es. lo stesso compenso per lo stesso sforzo) sia verticale (ad es. maggior compenso per uno sforzo maggiore), le differenze economiche tra individui sono inique solo se non sono giustificate da differenze di merito. Questa visione, ricollegandosi al tema delle regole del gioco, sottolinea che il principio di equità richiede la uguaglianza delle condizioni di partenza, ma non quella delle condizioni di arrivo.
Il criterio dell'equità ha avuto e ha una influenza profonda sulla definizione dei compiti di politica economica dei governi. Il liberismo classico del XIX secolo ha prodotto l'idea dell’equità di processo, e quindi che il compito del governo sia solo quello di garantire che la competizione economica si svolga in maniera corretta (ad es. impedendo il formarsi di monopoli e concentrazioni di potere economico). Le correzioni successive di tipo riformista e socialdemocratico hanno introdotto ulteriori e più ampi criteri dell'intervento pubblico, come l' uguaglianza dei punti di partenza, affinché tutti siano nelle condizioni migliori per partecipare alla competizione economica; le politiche redistributive, cioè a favore di una maggiore uguaglianza della distribuzione del reddito e della ricchezza, quando i livelli inferiori risultano socialmente intollerabili o lesivi della dignità umana.


Fonte: www.utopie.it/

IL BENESSERE

Il concetto di benessere ha una posizione di primo piano nel rapporto tra economia e etica. Si tratta di un concetto molto complesso e controverso, sia sul piano teorico, sia su quello della sua misurazione, sia su quello dei compiti delle autorità politiche. Esiste un consenso pressoché generale nella cultura del mondo occidentale moderna nell'idea che il fine ultimo, e pertanto il metro di giudizio, dell'economia, della politica e dell’organizzazione sociale sia il benessere di ogni individuo e della società. La Costituzione americana, stilata alla fine del XVIII secolo, dichiara che i cittadini hanno "diritto alla felicità", presupponendo quindi che lo Stato abbia il dovere di realizzare questo diritto o di fare in modo che i cittadini possano realizzarlo. Va ricordato che questa idea è nata con la rivoluzione filosofica (illuminismo) ed economico-politica del XVIII secolo, e che essa rappresenta una svolta radicale rispetto al pensiero dominante nei secoli precedenti. Secoli nei quali il compito richiesto allo Stato e al Sovrano era stato quello di realizzare un ordine sociale giusto, secondo criteri fissati da princìpi assoluti, in gran parte di natura teologica, totalmente indipendenti dai valori degli individui. Al contrario, il criterio del benessere presuppone la centralità dell'individuo e dei suoi valori soggettivi. Sul piano teorico, vi sono quattro questioni fondamentali:* che cosa determina il benessere individuale (problema del contenuto del benessere);* chi, e con quali mezzi, può o deve mettere ciascuna persona nelle condizioni di ottenere ciò che le crea benessere;* quali limiti possono essere imposti alla ricerca del benessere individuale;* quale relazione esiste tra il benessere del singolo e quello della società.
La ricerca della soluzione di questi quesiti occupa il pensiero filosofico, economico e politico degli ultimi due secoli. La loro complessità nasce dal presupposto stesso della moderna teoria del benessere, vale a dire la centralità dei valori soggettivi dell'individuo. Se il giudice ultimo di ciò che è bene per sé è l'individuo stesso, come possono altri individui, e con quale diritto, decidere che cosa determina il benessere individuale? E come è possibile confrontare il benessere di individui diversi, che hanno preferenze e valori diversi? Per esempio, nel decennio 1970-80 alcuni studiosi, nel proposito di rispettare la dimensione strettamente soggettiva del benessere, hanno criticato radicalmente l'uso sistematico del contenuto del benessere occidentale come metro di valutazione e di azione per i paesi delle altre parti del mondo.
Il problema di quali siano i mezzi più idonei per la realizzazione del benessere è altrettanto complesso e controverso. La teoria liberista intende dimostrare che il sistema di mercato è il mezzo più idoneo, in quanto perfettamente coerente con il principio soggettivista: date le risorse economiche a disposizione di ciascun individuo, il mercato consente a ciascuno di realizzare il proprio benessere personale producendo, comprando e vendendo i beni preferiti [Vilfredo Pareto (Italia, 1848-1923), Léon Walras (Francia, 1834-1910), Kenneth J. Arrow (Stati Uniti, 1921)]. La forza teorica di questo risultato sta nel fatto che esso prescinde totalmente da giudizi di valore esterni all'individuo, e per questa via esclude la legittimità di interventi o di norme nella sfera del benessere da parte di autorità anteposte all'individuo come lo Stato o la Chiesa. Tuttavia sia in sede teorica che storica sono emersi numerosi fattori che possono impedire al mercato di conseguire adeguati livelli di benessere individuale e sociale, rendendo necessari interventi correttivi o diverse forme organizzative della vita economica. La stessa teoria liberista ammette che la distribuzione dei beni realizzata dal mercato può non essere conforme a giudizi di valore extra soggettivi comunque presenti nella società, come quello di equità (ad es. mantenere differenze tollerabili tra ricchi e poveri, garantire a tutti capacità e opportunità) oppure può mancare di fornire beni di natura collettiva come i beni pubblici (ad es. sicurezza) o i beni meritori (ad es. istruzione, salute, ambiente). Da questo punto di vista, la realizzazione del benessere richiede che il mercato sia affiancato o sostituito da altri strumenti, tra cui tornano in campo norme e interventi dei poteri pubblici [Amartya Sen (India, 1933), Joseph E. Stiglitz (Stati Uniti, 1943)].
Nessuno dei criteri di benessere disponibili è pienamente soddisfacente o esente da critiche. Tuttavia va sottolineato che non è pensabile di poter fare a meno di un criterio di valutazione dei sistemi economici (vedi sistema economico) e delle politiche economiche. Sul piano operativo e degli interventi a favore dello sviluppo sono stati elaborati principalmente tre criteri di misura del benessere:* i criteri quantitativi effettivi, che presuppongono che il benessere dipenda essenzialmente dalla quantità di beni e servizi effettivamente utilizzati da un individuo (ad es. il consumo e i bisogni primari);* intendono misurare i mezzi che un individuo ha a disposizione per realizzare il proprio benessere, senza entrare nel merito di come l'individuo impiega questi mezzi (ad es. il reddito o la ricchezza ;* i criteri qualitativi, i quali cercano di allargare la valutazione del benessere ad aspetti non solo economico-quantitativi (ad es. capacità e opportunità, e sviluppo umano);* i criteri relazionali, i quali prendono in considerazione la posizione dell'individuo nella società e non solo il suo benessere individuale assoluto (ad es. equità).

Nella speranza che un giorno la guerra finisca