il Gerba: Headline Post

domenica 23 settembre 2007

CONFLITTI DIMENTICATI 3: BIRMANIA

UN PO' DI STORIA: La Birmania, ex colonia britannica, ottenne l'indipendenza il 4 gennaio 1948, costituendosi come Unione Federale Birmana e il 18 giugno 1989 prese il nome di Myanmar. Il generale Ne Win, il 2 marzo 1962 con un colpo di stato prese il potere, instaurando una dittatura militare. Nel 1988, dopo aver duramente represso le manifestazioni contro il governo, lasciando sul terreno più di tremila morti, una nuova giunta militare assunse il potere. Il Consiglio per il Ripristino dell'Ordine e della Legge dello Stato (SLORC) diede inizio a una durissima repressione, attuata per mezzo di torture, esecuzioni sommarie e arresti di massa contro gli attivisti politici. Due anni dopo indisse libere elezioni per la formazione di un'Assemblea costituente. La schiacciante vittoria della Lega Nazionale per la Democrazia (Lnd), che riuscì a ottenere ben 392 seggi su 485, indusse però i militari a invalidare le elezioni e a mettere fuori legge i partiti e i movimenti d'opposizione, con il conseguente arresto di tutti i dirigenti della Lnd. La leader della Lega Aung San Suu Kyi, l'anno successivo fu anch'essa arrestata e quindi costretta per sei anni agli arresti domiciliari. Per la sua strenua lotta contro il regime militare di Yangon, nel 1991 ottenne il premio Nobel per la pace. Il paese è allo sbando, sconvolto da 50 anni di conflitti interni, sia etnici che politici. I primi riguardano i movimenti indipendentisti delle etnie minoritarie Karen e Shan e Wa, contro cui il governo combatte commettendo genocidi e deportazioni di massa. La posta in palio qui è il controllo dei territori al confine con la Thailandia, ricchi di piantagioni d'oppio, e il controllo del narcotraffico. Solo dal 1996, quando la lotta si è intensificata, si contano migliaia di morti e centinaia di migliaia di rifugiati in Thailandia e Bangladesh. Drammatico il problema delle mine anti-uomo disseminate nelle zone di conflitto. Frequenti anche gli scontri al confine tra gli eserciti di Birmania e Thailandia, che accusa il governo di Yangon di essere pienamente responsabile del massiccio traffico di droga verso il proprio territorio. Il 6 maggio scorso la cinquantaseienne Aung San Suu Kyi, dopo 20 mesi di arresti domiciliari è stata rilasciata, ma non sarà facile ottenere un sostanziale cambiamento politico in tempi brevi. Le confuse modalità della sua liberazione indicano che nessun accordo, per quanto riguarda la sua libertà di movimento e le attività politiche della sua Lnd, è stato firmato col governo militare del suo paese e questo potrebbe costituire un problema in un immediato futuro. Inoltre, l'attuale atteggiamento del regime non inspira fiducia sul suo impegno ad avviare una fase di transizione, che conduca il paese verso la democrazia. Molti birmani in esilio sono convinti che il governo non abbia intenzione di dividere il potere e che il rilascio di Suu Kyi sia legato al ripristino degli aiuti stranieri, necessari per risollevare l'economia del paese, danneggiata dalle pesanti sanzioni inflitte da parte della comunità internazionale a causa delle continue violazioni dei diritti umani e della partecipazione al traffico mondiale di eroina (di cui la Birmania è uno dei primi produttori mondiali). Non poche e gravi insidie si annunciano per l'opposizione, logorata e sconfitta da arresti e minacce, sfociate in una diaspora degli esponenti più impegnati divisi tra dubbi e contrasti. Suu Kyi, dopo che la giunta militare birmana le ha permesso di riprendere le sue attività politiche, nella sua prima apparizione in pubblico, ha indicato, tra le priorità, la liberazione di 800 prigionieri politici dell'Lnd, tra cui 17 parlamentari eletti nel 1990, anno in cui vinse le elezioni in Birmania, ma i militari non le hanno mai concesso di governare. Suu Kyi, anche quando fu liberata nel 1995, dopo i sei anni di arresti domiciliari nutriva grandi speranze di portare la Birmania verso un processo di democratizzazione; presto però, andarono tutte deluse: le fu impedito di lasciare la capitale e il suo partito fu dichiarato fuorilegge. Stavolta potrebbe essere diverso, adesso, a differenza del 1995, c'è un processo politico in atto e la leader del Lnd è nel bel mezzo di questo processo e fino a quando ci resterà avrà bisogno dei militari, come loro hanno bisogno di lei. Gli osservatori ritengono che Suu Kyi ha accettato di negoziare con i generali perché non aveva altro mezzo per contrastare il loro potere, dal momento che tengono sotto controllo la popolazione da 14 anni, con uno dei più grossi eserciti dell'Asia e un'efficiente polizia segreta. I birmani hanno una grande fiducia in Suu Kyi, ma consapevoli che il processo di riconciliazione non sarà breve, temono che anche stavolta si tratti di una falsa apertura da parte di uno dei regimi più repressivi dell'Asia.
Marco Cochi



Nessun commento:

Nella speranza che un giorno la guerra finisca