
Il grado di equità di un sistema economico è una questione molto complessa e controversa, per due principali ragioni tra molte. Secondo principi generalmente accettati, il giudizio di equità deve essere riferito alle "regole del gioco" del sistema stesso. Il caso emblematico è quello del "gioco economico" che è oggi più diffuso al mondo, cioè il mercato. Il mercato, per sua natura, è fondato sul meccanismo della concorrenza, attraverso la quale viene stimolato l'interesse personale a dare il massimo di sé per ottenere un beneficio individuale. Se questa è la prima regola del gioco, come sostiene ad esempio il filosofo americano Robert Nozick (Stati Uniti, 1939-2003), allora bisogna accettare che i premi individuali alla fine del gioco possano essere anche molto diversi. Quindi il mercato non può garantire l'uguaglianza delle condizioni economiche, ma non può di per sé essere giudicato iniquo. Questa visione mette l'accento sulla equità del processo, cioè è iniqua solo la ricchezza accumulata violando le regole del gioco. Siccome è generalmente accettato che l'equità deve essere sia orizzontale (ad es. lo stesso compenso per lo stesso sforzo) sia verticale (ad es. maggior compenso per uno sforzo maggiore), le differenze economiche tra individui sono inique solo se non sono giustificate da differenze di merito. Questa visione, ricollegandosi al tema delle regole del gioco, sottolinea che il principio di equità richiede la uguaglianza delle condizioni di partenza, ma non quella delle condizioni di arrivo.
Il criterio dell'equità ha avuto e ha una influenza profonda sulla definizione dei compiti di politica economica dei governi. Il liberismo classico del XIX secolo ha prodotto l'idea dell’equità di processo, e quindi che il compito del governo sia solo quello di garantire che la competizione economica si svolga in maniera corretta (ad es. impedendo il formarsi di monopoli e concentrazioni di potere economico). Le correzioni successive di tipo riformista e socialdemocratico hanno introdotto ulteriori e più ampi criteri dell'intervento pubblico, come l' uguaglianza dei punti di partenza, affinché tutti siano nelle condizioni migliori per partecipare alla competizione economica; le politiche redistributive, cioè a favore di una maggiore uguaglianza della distribuzione del reddito e della ricchezza, quando i livelli inferiori risultano socialmente intollerabili o lesivi della dignità umana.
Fonte: www.utopie.it/
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