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giovedì 4 ottobre 2007

LA SOCIETA' CRITICA DELLA TEORIA

Per gran parte del secolo ormai trascorso uno degli indirizzi sociologici, filosofici e, più in generale, culturali che hanno dominato e infervorato il dibattito intellettuale è stato quello della Teoria critica della società. Opera della cosiddetta Scuola di Francoforte, la teoria critica della società aveva i suoi alfieri principi in Horkheimer, Adorno, Marcuse che, nel loro approccio, propugnando un pensiero dialetticamente negativo, ponevano in discussione l’esistente e lottavano strenuamente, perché gli individui non perdessero la loro umanità nella società tecnologica e nelle logiche del capitalismo. In questo inizio del XXI secolo, epoca che, già da un po’, ha sancito il trionfo dell’individualismo e la fuga dalla politica, in cui l’indifferenza si fa strada, in cui le ideologie e le grandi narrazioni hanno ricevuto da Lyotard il certificato di morte, l’espressione teoria critica della società, forse, a qualcuno fa anche tenerezza. E non solo perché i disincantati uomini tardo moderni conoscono il monito sprezzante di Carl Schmitt, per cui chi dice umanità vuole ingannarti.
È curioso come, a volte, le espressioni possano capovolgersi svelando nuove interpretazioni; così oggi si può credere che al posto di una teoria critica della società, c’è, in molti ambiti, una società critica della teoria. In questi anni, cioè, la società è divenuta sempre più diffidente, indisponibile a pensare, ad avere il gusto per la teoria, per il sistema di pensiero e, soprattutto, essa si è abituata a non considerare affatto ciò come qualcosa di deleterio. Questo è certamente microscopicamente evidente nella realtà quotidiana, fatta di immediatezza e scarsa predisposizione per la ricostruzione e l’approfondimento, che diventano una scelta di alcuni e non un’esigenza per tutti, come testimonia l’evoluzione della tv che si distingue tra generalista e satellitare. Ma, anche nella vicenda intellettuale e accademica, questa avversione per la teoria è evidente. Sono rarissimi i casi, nelle scienze sociali degli ultimi decenni, di studiosi che hanno ancora il coraggio e la voglia di confrontarsi con la grande teoria. E l’affermarsi di un pensiero sempre più analitico e astorico in taluni ambiti di ricerca, scientifici e umanistici, è noto. È, forse, ormai il tempo del filosofo da marketing, che produce concetti usa e getta, che formula il suo pensiero nell’arida e asettica successione di slides per computer. Questa perdita del gusto della teoria forse dipende anche dalle degenerazioni che essa può avere. La società critica della teoria ha imparato, proprio dalla storia politica, sociale, intellettuale, del XX secolo, che i grandi sistemi di pensiero possono perdere il senso della realtà, possono essere i precursori di derive totalitarie: sfavillano ancora gli strali di Popper contro Platone, Hegel, Marx, nemici della società aperta; la società critica della teoria sa che una teoria troppo estesa rischia di non essere pratica, peccato gravissimo nell’era dei servizi; sa che una grande teoria si sbriciola di fronte alle andate di relativismo che, nel mare magnum, della modernità, si levano fragorose e minacciose. Nella vicenda della società critica della teoria, c’è, certamente in virtù di tutto questo, una certa saggezza, finanche una garbata saggezza. Ma il giusto buon senso che tiene lontani da un pensiero troppo esteso e distanti dal gusto per la grande teoria davvero è sempre segno di un equilibrio, solo quando sa fermarsi almeno un attimo prima della mediocrità. Altrimenti quella saggezza si trasforma in una triste vigliaccheria che, sopprimendo ogni capacità immaginativa, può privare chi la pratica, della coscienza di sé e dell’amore per gli altri.


Francesco Giacomantonio

1 commento:

Anonimo ha detto...

Questo si che è un bell'articolo!
Parlo di un argomento non molto lontano da questo nel mio post La cultura taglia il lato della mano.
Mi farebbe piacere se lo leggessi.
Ciao
Roberto

Nella speranza che un giorno la guerra finisca